
Salve ragazzi! Oggi facciamo un salto indietro nel tempo, quando la musica si ascoltava nei lettori CD portatili, si usavano gli SMS che costavano 15 centesimi l’uno, e la PlayStation 1 faceva impazzire tutti con “FIFA 2000”. Era la primavera del 2000: niente social, niente dirette-streaming, ma la stessa, inconfondibile passione per il pallone. In quel periodo la Juventus di Del Piero e Zidane sembrava destinata a vincere il suo 26º scudetto, mentre la Lazio di Verón e Nedvěd inseguiva col fiato corto.
La volata scudetto
Alla vigilia dell’ultima giornata la classifica recitava:
- Juventus 71 punti
- Lazio 69 punti
A Torino tutti pensavano bastasse vincere a Perugia per cucirsi lo Scudetto sul petto, mentre la Lazio doveva battere la Reggina e sperare in un miracolo.
14 maggio 2000, Stadio Renato Curi
Il cielo sopra l’Umbria era scuro e pieno di nuvole cariche d’acqua. Si parte alle 15: la Juve attacca, ma dopo l’intervallo un vero diluvio trasforma il campo in una piscina di fango. L’arbitro Pierluigi Collina sospende il gioco per 73 minuti. Quando si riprende, al 49′ (4′ della ripresa “post-temporale”) il difensore Massimiliano Calori trova un tiro secco: Perugia 1-0 Juventus. Sul terreno zuppo la palla impazzisce, i bianconeri scivolano, Del Piero non trova spazio, Zambrotta si fa espellere. I Grifoni lottano e resistono. Finisce così.
L’urlo che venne da Roma
Al fischio finale, a più di 150 chilometri di distanza, l’Olimpico esplode: la Lazio, che aveva già vinto 3-0, supera la Juve di un solo punto (72-71) e conquista il suo secondo scudetto. I tifosi bianconeri restano increduli, quelli laziali piangono di gioia; le immagini di quella pioggia torrenziale diventano leggenda.
I protagonisti
Carletto Mazzone (allenatore del Perugia)
«Me devono dà lo scudetto degli onesti, me so sempre comportato da omo coretto» — scherzava “Sor Carletto”, che preparò Perugia-Juve come fosse una finale di Champions, perché «la dignità viene prima di tutto». E la perla a fine partita: «Ce voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio».
Luciano Gaucci (presidente del Perugia)
«Quella partita sembrava aggiustata per la Juve, ma io minacciai i miei di mandarli due mesi in Cina se non avessero dato il massimo» — confessò anni dopo il vulcanico patron, accendendo il cuore del Grifo.
Pierluigi Collina (arbitro)
«Perugia-Juventus? Abbiamo visto situazioni peggiori» — rivendicò il fischietto più celebre al mondo, certo di aver ripreso il gioco nonostante il diluvio “nel rispetto del regolamento”.
Luciano Moggi (direttore generale Juventus)
«Il tempo è galantuomo… le colpe che ci attribuirono erano di altri» — scrisse nel 2024, riaprendo il dibattito sulle ombre di quel pomeriggio fangoso.
Carlo Ancelotti (allenatore Juventus)
«Se nel 2000 aspettammo due ore per la pioggia, non serviva Einstein per capire che il campo non era praticabile» — ha ricordato con amarezza (e un filo d’ironia) il futuro “Mister Triplete”.
Zinedine Zidane (numero 21 bianconero)
«I’d never played on a pitch like that… what hurts me most is that we lost everything at the very last minute» — confessò pochi giorni dopo, definendo Perugia il ricordo più doloroso della sua carriera.
Antonio Conte (capitano Juventus)
«Dopo quella partita non ho dormito per sei giorni: perdere quel titolo fu uno shock» — ha raccontato nel 2017, usando la lezione del Curi per insegnare ai suoi uomini che “finché non fischia l’arbitro, nulla è davvero deciso”.
Perché ricordarla dopo 25 anni?
Quella partita ci insegna che nel calcio (e nella vita) niente è deciso finché l’arbitro non fischia la fine: basta un rimbalzo strano, una nuvola di pioggia o un tiro del destino per cambiare tutto.
Ragazzi, la prossima volta che vi capita di giocare sotto l’acqua, pensate a Perugia-Juve: magari vi sembrerà di sentire ancora il boato dei tifosi… e chissà, forse proprio da un campo infangato nascerà la vostra azione-gol più bella!
